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La spettacolarizzazione della giustizia: quando il processo diventa mediatico.
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Articolo 27 della Costituzione Italiana:

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Si chiama “presunzione di innocenza” ed è un principio di diritto fondamentale che tutela chiunque, fino a che l’accusa non sia provata oltre ogni ragionevole dubbio e perdura fino a sentenza passata in giudicato ergo, si è colpevoli SOLO quando si sia concluso il c.d. giusto processo, di cui all’articolo 111 della tanto decantata Costituzione che prevede, fra le altre cose, che a giudicare sia un giudice terzo ed imparziale.

Ed è qui che iniziano i problemi… Come essere sicuri dell’imparzialità di qualsiasi giudice se un caso giudiziario finisce nella gogna mediatica, con copertura televisiva quasi permanente, con almeno una trasmissione al giorno dedicata al caso, con avvocati e periti intervistati ancora prima di deporre o a processo in atto, con stralci di atti d’indagine resi pubblici, finanche le intercettazioni mandate in onda? Come si può rimanere estranei alla vicenda se la spettacolarizzazione della giustizia ha ormai dato il via al proprio Tribunale Mediatico, dove non si seguono le logiche del diritto ma quelle dell’audience? Come si rimane terzi e giudicare in piena serenità d’animo qualcuno se ormai si è spinti, da giorni, settimane, a schierarsi fra innocentisti e colpevolisti, con tanto di opinionisti, presunte prove, e con il tarlo del “complotto” ormai instillato nella mente dei più? Perchè, quando il Tribunale Mediatico si è ormai messo in moto, qualsiasi sentenza venga emessa dal Tribunale realmente competente, sarà comunque “corrotta”: se assolve l’imputato, i colpevolisti grideranno alla corruzione. Se lo condanna, gli innocentisti grideranno alla persecuzione, con buona pace della serenità del giudice.

In teoria, il diritto di cronaca dovrebbe ben conoscere i limiti imposti dal segreto istruttorio, necessario a tutelare la presunzione di innocenza. Bisogna condannare qualcuno solo e soltanto quando prove oggettive ed incontrovertibili indicano inequivocabilmente precise responsabilità e non perché “così vuole il pubblico”. Il rischio è che si arrivi ad una condanna dell’opinione pubblica ancor prima che un giudice conosca i fatti nella sua totalità e complessità o, peggio, che li venga a conoscere ancora prima di leggere gli atti, coinvolto anche lui dalla gogna mediatica, dal clamore, dalla spettacolarizzazione. Ore ed ore di trasmissioni su dettagli spesso insignificanti processualmente poiché non verificati o verificabili che, di colpo, diventano “solide basi” sulle quale emettere condanne mediatiche.

La Giustizia è una cosa seria. L’attività inquirente lo è ancora di più. Il buon investigatore è quello che prende l’ipotesi più lampante, palese, ovvia e la scarta e si mette ad indagare cercando tutti gli elementi che smentiscono quell’ipotesi, finendo così col raccogliere prove oggettive che, spesso, confermano proprio l’ipotesi scartata poiché, la maggior parte delle volte, l’ipotesi più ovvia è quella giusta. Spesso, non sempre. Ed è proprio per garantire chiunque in quei rari casi in cui non sia così che si deve indagare cercando smentite e non conferme. Il rischio più grande, in un’indagine, è che si trovi solo ciò che si cerca, ignorando o perdendo tutto ciò che non collima con l’ipotesi. Inoltre, è obbligo raccogliere anche tutte le prove a favore dell’indagato, a sua difesa, cosa che collima poco con l’esigenza di spettacolarizzazione mediatica, che vive di subdole ipotesi, di dubbio, di pregiudizio, di non detto… La logica mediatica è l’esatto opposto di quella giuridica: in TV, basta un dubbio per condannare. In tribunale, è proprio l’assenza di qualsivoglia ragionevole dubbio che permette la condanna. Due mondi all’opposto eppure, il Tribunale Mediatico ha sempre le aule piene di spettatori, pronti a schierarsi.

Chiunque diventa pubblico ministero, avvocato, perito, psicologo, giudice, giuria e boia! L’attenzione cala a verdetto mediatico emesso e quando, finalmente, dopo anni, arriva il vero verdetto, ormai non importa a nessuno e la vita dell’imputato è già bella che rovinata, che sia dichiarato colpevole o innocente. Il pubblico ha già deciso: sull’onda dell’emotività, della spettacolarizzazione, del momento, dell’opinione più morbosa, del dubbio… Di tutto fuorchè della giustizia.

Anche non seguendo ormai da anni tv e mass media, anche non avendo profili social, anche cercando attivamente di rimanere fuori dal circo mediatico, noto come sia davvero impossibile non venire a sapere di Sempio, di Stasi, di tizio, di caio, di sempronio, ora innocente, ora colpevole. La stessa gogna mediatica che oggi condanna Sempio ed assolve Stasi, a suo tempo condannava Stasi. Questa non è giustizia. Questa è follia.

Se è questa l’idea di giusto processo, tanto vale bandire giudici e tribunali e, come fosse un novello Pretorio di Gerusalemme, far comparire in onda l’imputato di turno, chiedendo alla folla morbosa, impaziente ed appositamente aizzata ora per il sì ora per il no da novelli sacerdoti, di scegliere se condannarlo o meno, premendo un pulsante del telecomando, inviando un SMS o lasciando un like, in modo che chi di dovere possa lavarsene le mani, ancora una volta…

Fortuna che “la legge è uguale per tutti”, senza punteggiatura alcuna a chiudere la frase, il che è tutto dire!

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