Domani sarà nuovamente il 23 maggio e, fra 24 ore esatte da adesso (17.58), saranno passati 34 anni da “quel” 23 Maggio ovvero da quando, nel 1992, vi fu la “strage di Capaci” dove persero la vita il Giudice Giovanni Falcone, la Dottoressa Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, e rimasero ferite 23 persone, nel fisico, ed un intero paese, nel cuore.
Io sono originario proprio di Capaci, ridente paesino costiero della provincia di Palermo che non meritava questa “fama”. All’epoca, non avevo ancora compiuto 7 anni, abitavo con la mia famiglia in un palazzo di sei piani, distante circa 700 metri, in linea d’aria, dal luogo dell’attentato. Noi stavamo al terzo piano e mia madre quel giorno era in casa, con mia sorella febbricitante, mentre io e mio padre eravamo usciti per andare a fare la spesa in un supermercato distante circa 1Km dal luogo dell’attentato.
Sono passati 34 anni eppure ho il ricordo di ciò che sentii e vidi, specialmente nelle ore e nei giorni a seguire. Vi fu un boato tremendo che sentimmo tutti, compreso i presenti nel negozio, molti dei quali uscirono fuori per andare a vedere, a cercare di capire cosa fosse accaduto. Era il 1992, non c’erano certo i mezzi di comunicazione che ci sono adesso: il telefono aveva il filo ed era “fisso”, la tecnologia GSM sarebbe nata proprio in quell’anno ed il primo “telefonino” sarebbe uscito solo nel 1994 (l’IBM Simon, che pesava “appena” 510 grammi). Capite quindi che non vi fu modo di sapere nell’immediato cosa stesse accadendo. Tornati a casa, mia madre ci raccontò cosa aveva appena vissuto: era al telefono con sua madre e, poco prima di udire il boato, cadette la linea. All’improvviso, la TV si spense e si spalancarono le finestre di casa, mentre quel “botto” echeggiava in tutta la vallata. Dalla veranda della nostra cucina si intravedeva in lontananza proprio l’autostrada A29 e mia madre vide distintamente una colonna elevarsi, proiettando in aria quelli che le apparirono come “fogli di giornale svolazzanti”, che arrivarono ad un’altezza superiore a quella del nostro palazzo. Riaccesa la TV, il primo a dare notizia degli eventi fu Mentana, all’epoca direttore del TG5, parlando di attentato nel Comune di Isola delle Femmine, il paese confinante con Capaci sul quale terreno comunale transita proprio quel tratto interessato. Solo dopo, all’arrivo delle prime immagini, essendo avvenuto a poche centinaia di metri dall’uscita autostradale riportante solo l’indicazione “Capaci”, fu coniato il termine “strage di Capaci“.

Fu proprio con lo spargersi della notizia dell’agguato e della morte di Falcone che nacque il ricordo che porto ancora oggi: quello della paura, letta sui volti e negli occhi dei miei genitori e, nei giorni a seguire, nei volti e negli sguardi di tutti i paesani, terrorizzati, attoniti. Capaci divenne il centro del mondo ed aveva gli occhi di tutti puntati addosso. Purtroppo, non solo quelli. Ben presto chiunque iniziò a puntare anche il dito e si fece spazio un’etichetta che, ancora oggi, resiste: Capaci = Mafia. Noi, capacensi, agli occhi dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale, diventammo, di colpo, tutti dei mafiosi o, ben che andasse, tutti degli omertosi…
Ricordo bene i viaggi fatti negli anni successivi alla strage quando, arrivati negli hotel, mio padre consegnava i documenti per la registrazione al Check-in e di come cambiasse lo sguardo degli addetti alla reception alla lettura di “Comune di Capaci”, riportato sui documenti. Mio padre, a certe occhiatacce, spesso rispondeva “guardi che non l’abbiamo ucciso mica noi”, quasi a doversi giustificare per una colpa non nostra, come se solo il fatto di venire da quel posto facesse di noi dei soggetti pericolosi.
Un’onta che ci portammo dietro per diversi anni. Ricordo, ad esempio, della settimana che dovetti passare a Foligno (PG), al Centro di Selezione e Reclutamento Nazionale dell’Esercito Italiano e della particolare attenzione che i militari di guardia fecero ai miei bagagli dopo avermi chiesto il documento d’identità ed aver letto “Capaci”. Ero lì in quanto partecipante al concorso per entrare all’Accademia Militare di Modena e dovevo sostenere l’ultima settimana di prove ed esami. Avevo 17 anni, erano passati ben 10 anni eppure…
Ricordo benissimo i colloqui durante le fasi delle selezioni. Classiche domande di routine, mentre compilavano fogli, quasi senza guardarti nemmeno: si accomodi; come si chiama; quanti anni ha; da dove viene… Alla risposta “da Capaci, provincia di Palermo” si bloccavano di colpo. Alzavano lo sguardo, mi guardavano in faccia e mi chiedevano “Dove hanno ucciso Falcone?” ed io annuivo, quasi dovendomene vergognare. Tornavano a guardare i fogli, mi chiedevano “quanti siete in famiglia” e poi “ok, puoi andare”... Così dallo psichiatra, dallo psicologo, finanche in commissione finale… Identico schema… Fui fatto, in tutti e tre i colloqui, idoneo ma senza nessun punteggio aggiuntivo. Uscita la graduatoria, fui idoneo non vincitore. Rimasi fuori per meno di mezzo punto…
Anni dopo, ero già un carabiniere quando feci il concorso per diventare maresciallo. Avevo cambiato la residenza poiché, nel frattempo, ci eravamo trasferiti appena fuori Capaci ma già territorio di Carini e, alla domanda “di dove sei”, rispondevo “abito a Carini, in provincia di Palermo” e tutti mi ribattevano, sorridenti: “La città della Baronessa!” per via della storia della Baronessa di Carini… E mi stupivo sempre di come poche centinaia di metri potessero cambiare la percezione delle persone. Vinsi il concorso al primo tentativo…
Per questo, ogni anno, in questa ricorrenza, mi urta particolarmente il comportamento di parecchi uomini politici, di alcuni giornalisti e di tante personalità: si riempiono la bocca e parlano di cose che hanno, forse, letto sui giornali o studiato negli atti senza sapere tutto quello che, realmente, c’è stato dietro quella strage. Ogni anno, è uno show di ipocrisia istituzionale. Per non parlare della “verità processuale” emersa. A Capaci, ognuno di noi ha la propria teoria su quanto accaduto quel giorno. Potrete ascoltare tantissime ipotesi e versioni ma sicuramente tutti concordiamo su una cosa: la verità processuale non racconta la realtà dei fatti. Realtà che, ancora oggi, a distanza di 34 anni, nessuno cerca più e, forse, nemmeno interessa se è vero, com’è vero, che ogni anno la notizia dell’anniversario scende sempre più in basso nella rassegna stampa… Dovrebbe essere una giornata di lutto nazionale ed invece diventa una nota, detta fra una notizia e l’altra, come si fa con la “giornata dei calzini spaiati” …
Per questo sento il bisogno di ricordarsi di Capaci: non fu una strage mafiosa. Si trattò di alto tradimento, quanto meno per noi capacensi, abbandonati da tutto e tutti al nostro triste destino, con un’etichetta appiccicata addosso che il tempo ha solo leggermente sbiadito. Chi doveva salvarsi, si è salvato. Ciò che doveva essere, è stato. Chi o cosa andava cambiato, è stato cambiato anche se, come scrisse Giuseppe Tomasi di Lampedusa, «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»… Ed infatti, quanto meno in Sicilia, possiamo affermare che è cambiato tutto proprio per non cambiare nulla…
Eppure, io dentro sento ancora l’onta di quel bambino di nemmeno 7 anni. Sento ancora l’ingiustizia vista dagli occhi di quel bambino. Sento ancora gli sguardi di tutti coloro che quel bambino, diventato poi ragazzo, lo hanno incontrato, giudicandolo solo per la sua provenienza. Iniziai a scherzarci su, prendendo in prestito quella frase di mio padre e trasformandola in battuta: “Sì, vengo da Capaci ma non ho ucciso nessuno“… Oppure dicendo: “Sì, lo so. Facciamo le cose in grande a Capaci…”.
Per questo, ancora oggi, nonostante i 34 anni, ogni anniversario sento il bisogno di ricordare Capaci, di ricordarmi di Falcone e dei suoi insegnamenti:
“Chi cammina a testa alta muore solo una volta”
oppure
“Che le cose siano così non vuol dire che debbano andare così”
ed ancora,
“Si muore perchè si è soli…”
“Il coraggio non è non avere paura ma non farsi condizionare dalla paura”
Sento il bisogno di ricordare quanto successo e l’emozione provata quando mi trovai, per la prima volta, davanti a queste teche:


Per questo sento il bisogno di ricordarsi Capaci: per riscoprirsi capaci…
Capaci di fare il proprio dovere!




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