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Quando le scuole diventano territorio franco, che fare?
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Italia, Gennaio 2026.

Youssef Abanoub, 18 anni, è stato ucciso in classe, a scuola, accoltellato ripetutamente al fianco da un altro studente, Zouhair Atif, 19 anni. Lo zio della vittima: “Ora io spero che la giustizia faccia il proprio corso altrimenti ci saranno altri accoltellati”.

E’ solo un ultimo, crudele, episodio di una triste realtà, ormai quotidiana: quella delle scuole in Italia. Ad eventi “forti”, come la morte di un ragazzo, spesso susseguono risposte forti, colpevole anche il voler placare il conseguente stato d’animo derivante dall’evento. Quello che si rischia, come spesso purtroppo accade, è una risposta “di pancia”, quasi mai una risposta sensata, davvero utile, specialmente se l’emotività (e spero solo quella) offuschi la vista e non consenta di risalire al vero problema. In un paese dove, nelle scuole, spesso e volentieri manca il riscaldamento, le palestre, spazi verdi ed educativi adeguati, collegamenti efficienti, può mai essere l’istallazione di metal detector la soluzione? No, non credo… Anche perché, mi chiedo: si istallano i varchi, chi li presidia? Il “Preside”? Dei professori? Dei collaboratori? Chiamiamo le forze dell’ordine a fare il filtraggio, come negli stadi o, anche qui, mettiamo steward o Guardie Giurate? Ma se nemmeno c’è più il “vigile urbano” ad agevolare l’attraversamento, di cosa stiamo parlando? Del nulla…

D’altronde, il vigile urbano non esiste più. Da anni è stato sostituito dal “poliziotto municipale”. Come non esiste più il “bidello”, sostituito dal “collaboratore scolastico”, o lo spazzino, ora operatore ecologico… All’inizio pensavo fossero innocenti cambi di nome. Col tempo, ho capito cosa abbiamo perso e rimpiango i vigili, i bidelli e gli spazzini! Quelli erano lavoratori che sapevano il fatto loro e, soprattutto, si facevano rispettare. Oggi, sono solo “operatori” e, come in tutti gli altri lavori, abbiamo degli impiegati ma la differenza di professionalità e di risultati è, credo, evidente.

Tralasciando gli amarcord del recente passato, tocca comunque fare i conti con i problemi del presente ma se ho citato questo “cambio di nomenclature” è proprio perché celano il reale problema. Ad esempio, li chiamano “maranza” ma, di fatto, sono baby gang composte da ragazzi e ragazze la cui maggioranza è di origine straniera, con buona pace della cittadinanza italiana. Come nell’evento luttuoso del ragazzo accoltellato, li chiamano “studenti” ma si tratta di ragazzi di origine nordafricana. So già che molti staranno storcendo il naso ma occhio: il sentore di razzismo non proviene dal sottoscritto poiché tutto è fuorché un problema razziale. Solo gli “struzzi” ed i superficiali affronterebbero la questione etichettando facilmente le cose mentre a me piace andare a fondo, nelle questioni. Si tratta sì di problemi del mondo della scuola, dei giovani, degli studenti ma è anche (e soprattutto, a mio avviso) l’emergere di un problema finora sempre evitato: la vera convivenza di culture diverse. Mentre l’Italia (e gli italiani) perdevano polso e professionalità in tutti i settori, il tessuto sociale veniva diversificato, divenendo non più un unico tessuto ma l’unione, raffazzonata, di più tessuti. E se solo si provava a fare ordine, ecco che l’etichetta del razzista era subito pronta! Etichetta che ha impedito, di fatto, la gestione del problema sin dall’origine e che ha portato, nel tempo, all’immobilismo istituzionale, travestito da politicamente corretto, da accoglienza, da inclusione, etc etc. Adesso emerge il risultato di tale mancata gestione del problema: una nuova generazione completamente allo sbando, incline alla ribellione, che non riconosce nessuna autorità se non quella dettata dalla legge del più forte. Le nostre forze dell’ordine sono divenute, col tempo, totalmente inadeguate a gestire tale fenomeno ed ora il problema è squisitamente delle famiglie e dei giovani ragazzi, italiani e non, che non professano questa cultura e che stanno divenendo sempre più succubi della violenza, psicologica e fisica, di una minoranza (ormai non tanto minoranza) arrogante, violenta, saccente che si impone con la forza. Come dite? Sto esagerando? Ah sì? Bene, lo spero ma mentre mi convinco di sbagliare, facciamoci un giro nelle scuole e parliamo di violenze e mancato rispetto verso i professori, dei danneggiamenti alle strutture. Andiamo nei parchi, nelle stazioni ferroviarie, nei centri commerciali durante i weekend, e constatiamo quali gruppi di ragazzi sono onnipresenti, a presidio del territorio. Quindi, è sì un problema che riguarda le scuole, perché è un problema di cultura, ma è soprattutto un problema di gestione, di educazione sociale, di ordine pubblico e no, non si può risolvere con i metal detector e nemmeno militarizzando le città se è vero, come è vero, che un compagno di mio figlio, in terza media, portava il coltello datogli dal padre perché “così ti puoi difendere“; se è vero, come è vero, che gli studenti aspettano i professori fuori dalla scuola per “discutere” del brutto voto o della nota; se è vero, come è vero, che i ragazzi si danno appuntamento sui social per fare a cazzotti; se è vero, com’è vero, che la giustizia non sta risolvendo nulla, anzi…

Il problema presenta vari ambiti e, di conseguenza, l’azione dovrà essere variegata, organizzata e strutturata per agire su tutti i punti. Ad esempio, non vanno messi controlli fissi all’ingresso ma va consentito, alle forze dell’ordine, di organizzare controlli a sorpresa nelle scuole, con cani antidroga ed ispezione di borse, zaini. Se c’è da procedere a perquisizione personale di qualche studente ci sono, quali tutori presenti, i professori ed il Preside che possono prontamente avvisare le famiglie. Non sapendo quando e se si subirà un controllo, si scoraggia il porto dentro le strutture di qualsivoglia oggetto illegale, si scoraggiano le complicità di qualche “bidello” o professore troppo comprensivo. Nel contempo, con cadenza fissa, bisogna che le forze dell’ordine entrino nelle scuole per parlare coi ragazzi, mediante conferenze, incontri, punti di ascolto, creando modi ed occasioni di interazione, di ascolto, facendo delle scuole luogo di incontro, garantendo magari anche colloqui individuali con garanzia di anonimato. I ragazzi devono poter vedere, negli agenti, persone di cui fidarsi e non solo il braccio armato e violento dello Stato. E’ tutto inutile se certi eventi diventano l’ennesima occasione autoreferenziale, con passerelle di autorità ed interventi fini a se stessi da parte della carica istituzionale di turno: non deve andarci il sindaco nè l’ufficiale – dirigente di turno… devono andare gli operatori di strada con i professori, quelli che poi i ragazzi hanno modo di incontrare quotidianamente, quelli che poi, materialmente, su strada, ti fermano e ti controllano: solo così si crea quel necessario clima di fiducia e rispetto, reciproco.

Bisogna portare i ragazzi a riflettere su ciò che la giovane età rende non percepibile ovvero, le conseguenze. Perché non ci sono incontri con tossicodipendenti? Perché non ci sono “gite” ai vari SERT, carceri giovanili, centri di accoglienza o di violenza? I Giovani non vanno solo compresi o ascoltati rischiando di scadere, come oggi, nel lassismo e nell’impunità. I giovani vanno guidati, educati, disciplinati, vanno responsabilizzati! Le famiglie non hanno più modi e tempo per farlo; la scuola nemmeno e si limita a dare nozioni, spesso anacronistiche e totalmente lontane dalla quotidianità, con troppi adulti “amici” e pochi veri educatori; le forze dell’ordine ormai si limitano ad intervenire solo e se strettamente necessario, quasi sempre troppo tardi… Ora, non dico che bisogna tornare ai tempi in cui si veniva rimandati a casa a suon di ceffoni dati dal maresciallo con tanto di “glielo dici tu a papà o glielo dico io?” (anche perché non esistono più nemmeno quelle carature di marescialli) ma nemmeno così… Ecco quindi che la scuola si propone, in maniera quasi naturale, nel suo ruolo di “luogo di confine“, di incontro fra due “mondi” che, altrove, su strada, nella quotidianità, nelle piazza, sono troppo spesso chiamati allo scontro…

Incontriamoci a scuola, parliamone: io, forze dell’ordine, poso e metto via manette, pistola, manganello e penna, mi tolgo il berretto e mi seggo pronto ad ascoltare e confrontarmi, da persona, con lo studente che, a sua volta, depone “le armi” della presunzione, della saccenza, degli sfottò, mette via paura e qualsivoglia timore referenziale e prova a comunicare con me, magari con la solita scusa del “chiedo per un amico“… Due mondi che si incontrano in un luogo “protetto” per entrambi, dove nessuno rischia ma ci si confronta. Mi consegni un coltello a scuola? Bene, lo metto via e tu torni in classe. Ti becco col coltello fuori, per strada? Ti denuncio. Ti becco con una canna a scuola? La butti, mi fai controllare che effettivamente non hai altro e mi aiuti ad organizzare incontri con gli studenti per parlare del fenomeno, magari con tanto di visita guidata al SERT. Ti becco fuori? Segnalazione ai sensi di legge quale assuntore. Non è interesse di nessuno, men che meno delle forze dell’ordine, andare ad accanirsi verso studenti o minorenni purché questi capiscano che ci sono dei modi per esprimersi e dei limiti oltre i quali, pur volendo ascoltare e confrontarsi, non si può andare. Lo richiede il vivere civile.

Da Maresciallo dei Carabinieri, seppur in congedo, avanzo quindi questa proposta: far divenire le scuole da luogo franco, di impunità, di anarchia, di pericolo, a luogo franco, di sincerità, di ascolto, di responsabilizzazione, di incontro. Ho eseguito diversi controlli nelle scuole e sono molti gli studenti che apprezzano tale approccio “preventivo”. Siamo tutti stati ragazzi, tutti ci siamo spinti a “vedere” il limite, c’è chi è andato anche oltre. Non è forse giusto che ci sia qualcuno che aiuti a farlo in sicurezza, pronto a riportarci al di qua del limite? Credo di sì.

Creato questo primo luogo di confronto, estendere il dialogo dai temi di interesse giovanile quali droga, alcool, sesso, armi bianche, bullismo, revenge porn, a temi di interesse generale quali, ad esempio, la vera convivenza fra culture diverse. Giovani così formati saranno gli adulti che, domani, potranno davvero cambiare questo mondo e farlo divenire un luogo migliore!

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