Articolo a cura di Ivan Crico.
Appare sempre più evidente che, quando i principali media scelgono di concentrare l’attenzione su uno specifico tema, tale orientamento risponde a strategie politiche ben definite, elaborate e condivise a livello europeo. Al contrario, quando emergono elementi potenzialmente critici o scomodi, si assiste spesso a una dinamica opposta: le notizie vengono ridimensionate, marginalizzate o rese poco visibili, limitando così la possibilità per l’opinione pubblica di sviluppare interrogativi capaci di mettere in discussione l’assetto vigente.
Una dinamica analoga sembra riscontrabile anche in relazione alle rivelazioni emerse dalle audizioni della Commissione Covid, il cui potenziale impatto è stato in larga parte attenuato attraverso una copertura mediatica selettiva. In questo contesto si inserisce il caso dei bambini sottratti a una coppia che aveva adottato stili di vita alternativi, un episodio che assume un valore fortemente simbolico. Tale famiglia rappresentava infatti un modello diverso, non conforme rispetto a quello verso cui sembra orientarsi, in modo sempre più uniforme, l’intera popolazione europea.
Per questa ragione, l’episodio è stato percepito come un segnale. Il messaggio, rivolto a chi intende intraprendere percorsi differenti rispetto a quelli ufficialmente riconosciuti, viene trasmesso attraverso uno strumento già ampiamente utilizzato nel periodo pandemico: la pressione indiretta. Un meccanismo che oggi può essere interpretato come parte di un più ampio processo di verifica dell’adesione collettiva a decisioni assunte dall’alto, anche quando esse comportano una significativa compressione dei diritti fondamentali del cittadino.
L’Europa, che storicamente — pur tra molte contraddizioni — ha rappresentato uno spazio di elaborazione del pensiero libero e di tutela dei principi democratici, sembra attraversare una fase di trasformazione profonda. Si delinea una forma rinnovata, più sofisticata e meno esplicita, di modelli autoritari del passato, nei quali la rieducazione delle masse secondo un paradigma unico costituiva un obiettivo centrale. In tali sistemi, il controllo dell’educazione fin dall’infanzia e la separazione dei bambini da visioni familiari alternative erano strumenti funzionali a questo fine.
Oggi processi simili sembrano ripresentarsi in modalità meno dichiarate ma comunque incisive. Lo Stato tende a esercitare un’influenza crescente non solo sugli orientamenti culturali, ma anche sulle scelte che riguardano i bambini fin dai primi momenti di vita, indirizzandoli progressivamente verso l’accettazione di un unico orizzonte di riferimento e riducendo lo spazio per l’immaginazione di modelli di vita differenti. La coercizione diretta lascia il posto a meccanismi più raffinati di orientamento del pensiero collettivo, legittimati da un discorso che fa leva sull’autorità della scienza e sul consenso di esperti e intellettuali allineati a questa impostazione.
A tale impianto si affianca un sistema sanzionatorio altrettanto efficace, sebbene meno visibile. Alla repressione esplicita dei regimi storici subentra l’esclusione dalla vita sociale, una forma di penalizzazione che può tradursi in conseguenze rilevanti: dalla limitazione o perdita della potestà genitoriale, al blocco dei conti bancari, fino alle restrizioni della libertà di movimento. In questo modo, cittadini fino a poco tempo prima pienamente integrati possono ritrovarsi improvvisamente in una condizione di marginalità, con una significativa riduzione dei diritti essenziali.
In questo quadro, lo stile di vita dei cittadini europei viene progressivamente orientato verso i principi indicati dalle istituzioni, in particolare quelli riconducibili all’Agenda 2030. Un determinato modello educativo e una specifica interpretazione del pensiero ambientalista vengono presentati come opzioni necessarie, più che come possibilità tra le altre. All’interno di questa cornice, tuttavia, il modello capitalistico non viene sostanzialmente messo in discussione: cambiano le forme e il linguaggio, ma non la struttura di fondo. Il cittadino continua a essere concepito prevalentemente come consumatore, funzionale alla produzione di valore per chi detiene il controllo del sistema economico.
Di conseguenza, chi propone alternative viene spesso ostacolato, soprattutto quando suggerisce stili di vita che non alimentano gli interessi delle grandi multinazionali. In questo scenario, l’attenzione critica si estende anche alle forme di istruzione privata che, durante il periodo pandemico, hanno rappresentato spazi di relativa autonomia, nei quali era ancora possibile educare senza ricorrere a strumenti coercitivi.
Non sorprende che proprio in questi contesti l’Agenda 2030 venga più frequentemente discussa in modo critico, a differenza di molte istituzioni scolastiche ormai pienamente allineate alle indicazioni ufficiali. Scuole che, nel tempo, rischiano di aver ridotto la propria funzione di sviluppo del pensiero critico, trasformandosi in ambienti di educazione sempre più prescrittiva, nei quali visioni alternative del mondo rischiano di non avere più alcun diritto di dimora.

Ivan Crico è nato a Gorizia il 1 novembre 1968. Si dedica allo studio della pittura fin da giovanissimo, laureandosi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Parallelamente all’attività artistica, dal 1992 ha iniziato dedicarsi alla poesia e a collaborare con amici poeti, come Pierluigi Cappello (con cui ha ideato la collana di poesia la “Barca di Babele”). Scrive in lingua e nell’arcaico idioma veneto bisiàc di Pieris (GO). Nel 2019 è uscita l’antologia dell’opera edita (1989-2018) L’antro siel del mondo, LietoColle – Fondazione Pordenonelegge nella collana Gialla Oro curata da Augusto Pivanti, volume ristampato in versione aggiornata ed ampliata nel 2023 da Ronzani editore con prefazione di Giorgio Agamben e un saggio di Elenio Cicchini e Nicoletta di Vita. Si segnala la traduzione dell’opera di Pier Paolo Pasolini I Turcs tal Friùl (Quodlibet, 2018), la curatela alla riedizione de El critoleo del corpo fracassao di Biagio Marin (Quodlibet, 2021) e del volume A prezzo di parole di Amedeo Giacomini (Quodlibet, 2024).
I suoi libri sono risultati vincitori dei principali premi di poesia italiani, dal Premio Nazionale di Poesia Biagio Marin al Premio Ischitella al Premio Pascoli.
Della sua poesia – pubblicata su importanti riviste italiane e all’estero – si sono occupati diversi studiosi italiani come, tra gli altri, Giorgio Agamben, Antonella Anedda, Mario Benedetti, Franco Brevini, Manuel Cohen, Milo De Angelis, Gianni D’Elia, Franco Loi, Giovanni Tesio, Gianmario Villalta.



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