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Il silenzio connivente.
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Articolo a cura di Ivan Crico.

Nella classifica mondiale della libertà di stampa del 2025 l’Italia si colloca al quarantanovesimo posto, ultima in Europa occidentale. Non è però la cifra statistica a contare, ma il segno di una complicità profonda, di un apparato che ha fatto della censura la propria condizione di possibilità. Ciò che non viene detto pesa più di ciò che viene pubblicato.
I verbali e i video scioccanti del Comitato Tecnico Scientifico, oggi accessibili, rivelano errori ed orrori, conflitti di interesse, omissioni gravissime e storture, oltre a un diffuso stato confusionale inaccettabile in chi avrebbe dovuto incarnare lucidità e autocontrollo. Mostrano allo stesso tempo la logica di un potere che si traveste da scienza per legittimarsi. La pandemia non è stata il luogo di un’improvvisa catastrofe biologica, ma il laboratorio in cui l’Occidente ha sperimentato un nuovo regime di dominio. È stato un potere che si è appropriato della vita biologica per piegarla a decisioni politiche non dichiarabili.
La Commissione Covid – ostacolata con tenacia da coloro che avrebbero dovuto rispondere delle proprie scelte – non nasce come strumento di giustizia. Si rivela piuttosto come un varco che, per un istante, permette di intravedere il funzionamento di quella macchina che in nome della salute ha deciso chi dovesse vivere e chi morire, chi dovesse lavorare e chi rimanere escluso, chi potesse circolare e chi venisse ridotto a corpo segregato.
Il fatto che soltanto un giornale marginale, per molti versi discutibile, si assuma oggi l’onere di divulgare questi atti segreti non è una semplice anomalia editoriale. Dimostra che la stampa nazionale ha rinunciato alla propria missione di trasparente veicolo di informazioni non manipolate e ha scelto di farsi complice del potere. In questo silenzio si svela la verità più dura da accettare, quella in cui il giornalismo non è più cane da guardia ma guardiano del silenzio.
Abbiamo davanti a noi nomi e cognomi. Non fantasmi né astrazioni, ma individui concreti che hanno firmato decisioni dalle conseguenze irreversibili. Sono loro i responsabili delle morti non solo dei più fragili ma anche di giovani innocenti ai quali è stato imposto un esperimento mascherato da cura. Sono loro i responsabili della frattura sociale che ha disgregato intere comunità e che ha disseminato odio e sospetto in ogni relazione. Sono loro che hanno lasciato sul terreno un’umanità impoverita e divisa, costretta a vivere in un clima permanente di guerra civile latente.
Le prove oggi finalmente accessibili non sono interpretazioni giornalistiche né notizie filtrate da qualche segreteria di partito. Si tratta di verbali, registrazioni, documenti e deposizioni. Non rappresentano soltanto memoria del passato, ma incriminazione presente. Rivelano che la catastrofe non è stata la malattia, che come abbiamo visto poteva essere arginata anche con metodi ora nuovamente adottati da chi li ha rinnegati per anni. La vera emergenza non era sanitaria ma politica. Le carte mostrano come il potere, nel nome della protezione, abbia assunto la forma terrifica della distruzione.


Ivan Crico è nato a Gorizia il 1 novembre 1968. Si dedica allo studio della pittura fin da giovanissimo, laureandosi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Parallelamente all’attività artistica, dal 1992 ha iniziato dedicarsi alla poesia e a collaborare con amici poeti, come Pierluigi Cappello (con cui ha ideato la collana di poesia la “Barca di Babele”). Scrive in lingua e nell’arcaico idioma veneto bisiàc di Pieris (GO). Nel 2019 è uscita l’antologia dell’opera edita (1989-2018) L’antro siel del mondo, LietoColle – Fondazione Pordenonelegge nella collana Gialla Oro curata da Augusto Pivanti, volume ristampato in versione aggiornata ed ampliata nel 2023 da Ronzani editore con prefazione di Giorgio Agamben e un saggio di Elenio Cicchini e Nicoletta di Vita. Si segnala la traduzione dell’opera di Pier Paolo Pasolini I Turcs tal Friùl (Quodlibet, 2018), la curatela alla riedizione de El critoleo del corpo fracassao di Biagio Marin (Quodlibet, 2021) e del volume A prezzo di parole di Amedeo Giacomini  (Quodlibet, 2024).
I suoi libri sono risultati vincitori dei principali premi di poesia italiani, dal Premio Nazionale di Poesia Biagio Marin al Premio Ischitella al Premio Pascoli.
Della sua poesia – pubblicata su importanti riviste italiane e all’estero – si sono occupati diversi studiosi italiani come, tra gli altri, Giorgio Agamben, Antonella Anedda, Mario Benedetti, Franco Brevini, Manuel Cohen, Milo De Angelis, Gianni D’Elia, Franco Loi, Giovanni Tesio, Gianmario Villalta.

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