Negli ultimi anni la politica sanitaria ha assunto i tratti di un mercato: obiettivi da raggiungere, premi da incassare, percentuali da alzare.
Non parliamo di venditori di auto o di agenti immobiliari, ma di pediatri che, in base a una delibera della Regione Toscana, vedranno la loro retribuzione aumentare non in funzione del reale benessere dei bambini, ma del numero di vaccinazioni portate a termine.
Il meccanismo è scritto nero su bianco: mille euro di premio a chi garantisce il 95% di copertura per la terza dose esavalente entro i 24 mesi, altri mille per chi raggiunge il 95% sul vaccino MPR, e un ulteriore incentivo per l’HPV negli under 12.
Tradotto: più vaccini si somministrano, più cresce il premio.
Il pediatra non è più valutato per la capacità di seguire i piccoli pazienti, intercettare patologie, sostenere famiglie fragili, ma per la percentuale raggiunta sul libretto vaccinale.
Obiettivi di salute o obiettivi di conto corrente?
Il problema non è la vaccinazione in sé, ma la logica che la circonda. Legare la remunerazione a un numero di iniezioni significa trasformare un atto medico in un atto commerciale incentivato. Non contano più parametri di qualità, nessuna valutazione sulla presa in carico complessiva del bambino, nessun supporto concreto alle famiglie.
La Regione parla di “salute pubblica” ma allora perché non esiste alcun incentivo per chi riduce i casi di obesità infantile, per chi individua precocemente i disturbi del linguaggio, per chi fa prevenzione reale sul disagio adolescenziale? Nessun premio per chi riduce i ricoveri inutili o alleggerisce i pronto soccorso pediatrici ormai saturi.
Il paradosso dei fondi pubblici
Mentre si promettono bonus per ogni percentuale di copertura vaccinale, i genitori continuano a fare i conti con mesi di attesa per una visita specialistica. Le famiglie sono costrette a rivolgersi al privato per una logopedia, per una valutazione ortopedica, per un supporto psicologico.
Eppure, i soldi pubblici ci sono: vengono però dirottati non per rafforzare reparti, assumere personale, garantire cure tempestive, ma per trasformare i pediatri in “raccoglitori di bollini”, come in una raccolta punti da supermercato.
La questione etica
Qui si apre il vero nodo: se la medicina diventa un sistema di incentivi economici, cosa resta del rapporto di fiducia? Il pediatra che vi chiama con tanta solerzia per ricordare la scadenza di un vaccino lo fa davvero per la salute di vostro figlio, o per non perdere il bonus di fine anno?
In questo schema, il bambino non è più un paziente ma una quota da raggiungere.
E il medico, anziché difendere la libertà delle famiglie e valutare caso per caso, viene spinto a fare da esattore di percentuali.
Domande senza risposta
Chi trae davvero beneficio da questo modello? Perché le risorse vengono concentrate su target numerici e non su servizi essenziali? E soprattutto: quale prezzo pagheranno i bambini, che cresceranno in un sistema sanitario che li considera più “obiettivi da raggiungere” che persone da curare?
La retorica ufficiale parla di “salute pubblica” ma i numeri raccontano altro:
in Toscana oggi la salute di un bambino ha un valore fissato, simbolico ma terribilmente concreto, di mille euro.
Il resto, diagnosi tempestive, sostegno alle famiglie, cure accessibili, non prevede alcun premio.



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